UNA BELLA STORIA ITALIANA (MA A STELLE E STRISCE) . Negli anni ’80 del secolo scorso negli USA il conflitto tra gli allevatori di ovini da una parte (volevano lo sterminio di tutti i predatori perché ogni anno il 10% dei circa 10 milioni di ovini allevati negli USA finiva ad ingrassare lupi, orsi, coyote, linci, puma ed anche aquile) e gli ambientalisti dall’altra parte, era arrivato alle vie di fatto ed anche a qualche fucilata.

 

Tanto che si muove il presidente Reagan, non il migliore né il più aperto e colto dei 39 presidenti che lo avevano preceduto, ma fa la scelta più saggia: finanzia le università e le istituzioni del ramo affinché si trovi una soluzione che salvi capre e cavoli. Tutti quegli organismi ovviamente (siamo negli USA) si indirizzarono verso l’alta tecnologia: reti elettrificate, contraccettivi, sterilizzazione chimica, suoni e odori repulsivi ecc.. Fece eccezione solo l’Hampshire College di Amherst nel Massachusetts, che si orientò verso la bassa tecnologia. Increduli, avevano infatti sentito dire che da tempo immemorabile nel Vecchio Continente, stranamente, le greggi venivano difese dai cani. Stranamente perché negli USA i cani, specialmente quelli rinselvatichiti, erano il problema, non la sua soluzione.

700 ANNI PRIMA DI REAGAN, SIENA AVEVA GIA’ RISOLTO IL PROBLEMA

Mi raccontava queste cose il professore di quel College, Raymond Coppinger, che insieme alla moglie Lorna dirigeva quel progetto. Lo incontrai per caso – sarà stato il 1985 – in una località chiamata Macchia Alvana a circa 2000 metri di quota nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Lui era accampato lì con una quindicina tra assistenti e studenti per studiare il nostro grande cane bianco da pastore che la cinofilia (disciplina che nulla ha a che vedere con i cani della pastorizia) ha chiamato impropriamente maremmano-abruzzese. Il sottoscritto era lì perché si era messo in testa di fare un safari fotografico proprio su quel cane. Rimanemmo in contatto. Ci rivedemmo alcuni anni dopo alla Perdonanza Celestiniana di fine agosto all’Aquila. Per l’occasione l’assessore regionale all’Agricoltura aveva organizzato una conferenza dove Coppinger avrebbe illustrato i risultati della sua ricerca con dovizia di computer e filmati. Uomo anche di buona cultura, Coppinger mostrò meraviglia e eccitazione sincere nello scoprire dal grande poster degli Effetti del Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti che gli avevo portato in omaggio, che proprio il nostro cane, anche allora munito del vreccale, il collare di ferro irto di punte acuminate che si usa ancora oggi, vi era stato raffigurato al seguito di un gregge. Gli feci notare che evidentemente 700 anni prima e senza Reagan, a Siena il problema della predazione da parte dei lupi l’avevamo già risolto. Da buon anglosassone accettò con una risata e una manata sulle spalle quel frizzo pungente (se l’umorismo non graffia, noi Toscani non siamo contenti). Ma non altrettanto fece l’assessore all’agricoltura abruzzese quando terminai così il mio intervento: “Mi domando come qui nessuno faccia la faccia rossa perché invece di essere gli Abruzzesi che vanno in America a spiegare quanto apprezzabili siano le doti del nostro cane, sono invece gli Americani che vengono a spiegarlo a noi”. Mi feci un nemico.

DOVE CI SONO PIU’ LUPI CI SONO ANCHE PIU’ PECORE

Era necessaria questa lunga premessa per capire quanto rozzo e incolto sia stato il sanguinario annuncio del nostro assessore regionale all’agricoltura Marco Remaschi, che vanno “fucilati” ben 500 dei 600 lupi toscani.

Non so come si possa essere così ciechi. L’Abruzzo è la terra dove da millenni c’è la massima concentrazione di lupi. Stando al nostro Remaschi la pecora in quella terra dovrebbe essersi ormai estinta. Invece no: in quella terra da sempre ed oggi più che mai, c’è la massima concentrazione anche del patrimonio ovino nazionale. Io non pretendo che Remaschi abbia il livello culturale e intellettuale di Reagan, ma ecco, che non abbia fatto neanche un minimo di riflessione per spiegarsi questo “strano” fenomeno abruzzese, riduce ancora la mia già bassissima opinione, non nei suoi confronti che può sempre essere sostituito in meglio, ma di chi l’ha votato. Ecco questi ultimi non possono essere sostituiti e la cosa può farci capire quanto tragico sia il nostro destino.

Al lupoal lupo Ilcacciatore.com 2

Dimenticavo un’altra perla. Remaschi dice che il lupo è una minaccia per il turismo. Ecco non ha minimamente riflettuto di quale fine farebbe il fiorente turismo nell’Africa nera se si sterminassero i leoni e tutti gli altri mammiferi predatori. Il lupo non può che aumentare il fascino di un ambiente naturale. Il turista si dovrà però accontentare di sentirne parlare, perché non c’è alcuna possibilità che lo possa incontrare e meno che mai di esserne attaccato. Il lupo, lungi da essere un pericolo, percepisce la voce umana a 12 km di distanza e da essa si tiene sempre alla larga. Merito (o colpa) della sua intelligenza, così sviluppata che di tutti i predatori presenti dalle nostre parti sin dalla preistoria  (c’erano anche i leoni, linci, gatti selvatici…) è l’unico sopravvissuto . Tra l’altro, dice il prof. Luigi Boitani, uno dei massimi esperti mondiali, non esistono prove documentate di aggressione del lupo all’uomo, turista o altro che sia, almeno negli ultimi 250 anni (oltre ci sono solo le leggende come quella di Cappuccetto Rosso).

MA CHI E’ REMASCHI?

Ma per capire chi sia Remaschi, basta guardare il suo curriculum. Ha un diploma di scuola media superiore non meglio specificato, e come attività lavorativa indica “Consulente aziendale”, niente altro: né dove, né come, né quanto, né quando. Dal 1996 ha solo incarichi politici. Da ben 12 anni è consigliere regionale e dal 2015 assessore. Quindi sembra non abbia mai lavorato. In mancanza di altre notizie sul suo conto si arriva alla conclusione che lo si può definire “politico professionale”, ma è un eufemismo, in realtà è un banale (nel senso di uno come mille altri) “mercenario” della politica (ben pagato!). E come tutti i mercenari dovrebbe eseguire gli ordini e invece gli ordini li impartisce lui. A chi? Ma a noi contribuenti che, colmo dei colmi, siamo quelli che gli pagano lo stipendio. In Toscana abbiamo 600 lupi. Ossia 500 di troppo. E lui passa l’ordine di sterminarli, così come, fatte le debite proporzioni, Mussolini ordinò il licenziamento dei professori universitari ebrei nel 1938.

La consistenza dell’allevamento ovino in Italia è praticamente uguale a quella USA: 9-10milioni di capi, ma la consistenza della razza canina che li assiste in Italia è valutata in 3000 capi, mentre negli USA è di ben 20.000 soggetti (tutti prodotti dalla decina di cuccioli che allora Coppinger importò all’Hampshire College dall’Italia e anche dalla Yugoslavia). Questa è la migliore dimostrazione che l’iniziativa negli USA ha avuto successo. Anche il successo mediatico è stato grande, proprio in funzione di quel sentimento tutto americano per cui chi lotta contro “il male” diventa un eroe. Perfino Life gli ha dedicato una copertina e il prestigioso Smithsonian Institute Magazine un lungo articolo.  In Italia non si trova traccia di tutto ciò. Ma c’è Remaschi col fucile.

P.S.: chi volesse informarsi su cosa comporta la presenza dei lupi in un ambiente naturale può documentarsi qui.

http://www.ilcittadinoonline.it/lettere/al-lupo-al-lupo/

http://www.ilcacciatore.com/2017/05/31/al-lupoal-lupo/


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