By Mariagrazia De Castro   Nel 1933, in pieno regime fascista, Ignazio Silone pubblica Fontamara. Il romanzo è ambientato in un immaginario borgo dell’Abruzzo – Fontamara per l’appunto – dove si snodano le vicende dell’universo contadino, tanto caro all’autore, nato e cresciuto a Pescina, nel cuore della Marsica.

 


Nel 1929 all’improvviso nel piccolo borgo contadino non arriva più l’elettricità. Nel tentativo di ottenere di nuovo la corrente elettrica, ogni contadino firma una carta bianca che invece poi si scopre essere un’autorizzazione a deviare l’acqua – preziosa risorsa per irrigare i campi – verso i campi del misterioso “impresario”, che diventa anche podestà di Fontamara, perchè appoggiato dal regime centrale.

 

Scoperto l’inganno i fontamaresi si recano a casa dell’impresario sperando di convincerlo a riottenere l’acqua senza la quale non potrebbero coltivare i campi, né abbeverare le bestie, ma subiscono ulteriori inganni a causa anche dell’ambigua intermediazione di Don Circostanza che fa sottoscrivere davanti al notaio un accordo secondo il quale le acque per «tre quarti scorrano nel nuovo letto del fiume, mentre i tre quarti del rimanente nel vecchio, cosicché ognuno abbia tre quarti» abbindolando i contadini che credono così di aver ottenuto metà dell’acqua.

Il paese subisce un’incursione delle squadre fasciste di violenza inaudita: ogni singolo abitante viene schedato, le camicie nere entrano nelle case molestando le donne del paese e seminando il terrore.

E’ a questo punto che Berardo Viola, l’uomo più forte e coraggioso del paese, figlio di briganti, decide di andar via da Fontamara per trovare fortuna nella capitale – appoggiato ancora una volta da un infido sotterfugio di Don Circostanza – dove invece andrà incontro ai peggiori avvenimenti. Prima di andare via promette all’amata Elvira – che rimane in paese per assistere il padre malato – che una volta tornato da Roma la sposerà.

 

A Roma, dove si era recato portando con sé il figlio giovanissimo di un altro cafone, Berardo non troverà mai lavoro e si imbatterà in personaggi sgradevoli che approfittano della sua ignoranza, relegandolo a un ruolo marginale solo perchè “cafone”. In realtà l’esperienza romana sarà per Berardo occasione di crescita della sua consapevolezza politica. Per talune fortuite circostanze conoscerà un partigiano e lo sosterrà talmente tanto da autoaccusarsi di essere lui stesso il “Solito Sconosciuto” , attivista della resistenza che la polizia ricercava già da alcuni mesi. Berardo verrà sottoposto a punizioni atroci e talmente violente da portarlo alla morte. A Fontamara, appreso della sua morte tragica, i contadini cercano il riscatto sociale ai soprusi fascisti fondando un giornale dal nome “Che fare?” con il quale portano a conoscenza i lettori delle ingiustizie subite e della morte del loro compaesano Berardo per mano del regime. La reazione fascista sarà violentissima: le milizie arrivano in paese e per i contadini sarà una strage. Solo tre fontamaresi si salveranno perchè fuggono verso la montagna e sono proprio i narratori della storia.

Con il suo romanzo, Ignazio Silone ha voluto dar voce ai cafoni dal destino ineluttabile (da notare qualche analogia con i vinti di Aci Trezza del Verga), cioè ai contadini diseredati che vivono in miseria e della cui ignoranza se ne approfittano per i loro sporchi giochi personaggi di basso livello e alta immoralità. Basti pensare a Don Circostanza, avvocato arrogante e menzognero che ora appoggia il regime e con esso stabilisce una gerarchia sociale che mette i cafoni sventurati all’ultimo posto, ora è amico dei contadini stessi. Per lui ciò che conta è il vantaggio personale.

« In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire ch’è finito. »

Il cafone fontamarese descritto dall’autore è il protagonista degno, morale, onesto nel quale confluiscono e si sintetizzano i valori politici e antifascisti dell’autore. Più che mai attuale, il cafone fontamarese è emblema del povero universalmente riconosciuto come colui che vive in stato di indigenza, ai margini della società classista e dello sviluppo, condannato a un ineluttabile destino di schiavitù e asservimento. Ma ai fontamaresi l’autore dà la forza dell’onestà e dell’integrità morale, quella pulsione che sarà per alcuni la riscossa, ma per molti occasione nefasta di morte.

Molto più di una denuncia sociale sulle violenze fasciste proprio in pieno regime (non dimentichiamo che l’autore dovette pubblicare a sue spese il libro in tedesco a Zurigo nel 1933 grazie alla prenotazione di ottocento sottoscrittori e grazie al libraio Oprecht di Zurigo disposto a firmare il volume come editore) Fontamara è un romanzo che anticipa la prosa realista. Specchio della società meridionale, il romanzo di Ignazio Silone assume uno specifico rilievo letterario nell’ambito del corpus fecondo della narrativa realistica degli Anni Trenta che annovera,tra gli altri, Gente in Aspromonte di Corrado Alvaro (1930), Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini e Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati.

Sono gli anni dell’eccezionale fioritura del romanzo neo – realistico che racconta la verità dei fatti e la condizione sociale, economica e culturale della povera gente, stridendo con l’immagine artefatta di un’Italia entusiasta, ottimista, proiettata in un futuro roseo. Abbandonando gli esercizietti di stile, gli autori del romanzo neorealista degli anni Trenta si affidano a un linguaggio semplice ma non per questo poco curato, efficace e diretto, profondo e orientato all’obiettivo.

Centrale è anche il compito che Silone affida a Berardo Viola, il rivoluzionario del paese. Paradossalmente egli pagherà con la vita la difesa strenua del diritto all’acqua per le terre dei suoi compaesani, proprio lui che non aveva nessun possedimento terriero. Con Berardo, l’autore vuole proprio soffermarsi sulla necessità che ci sia qualcuno che prenda in mano le redini della lotta in nome di un bene superiore che è quello della comunità, non certo il bene del singolo.

E poi ci sono le donne rurali di Fontamara, le donne con le mani spaccate dai lavori di casa, dal bucato lavato nell’acqua gelida d’inverno, le donne lasciate sole dai mariti, padri e fratelli che andavano a lavorare nei campi, sole ad accudire bambini e anziani, la casa e il bestiame; le donne indifese e oggetto di soprusi fisici e psicologici ma che all’occorrenza difendono strenuamente l’acqua del paese recandosi di persona a casa dell’impresario/podestà.

Tradotto in una trentina di lingue, Fontamara ha venduto oltre due milioni di copie ed è la narrazione appassionata della sofferenza dei contadini, dei poveri destinati a subire ogni tipo di pressione, persecuzione e coercizione.

Nel 1980 il regista Carlo Lizzani firma la regia del film “Fontamara” tratto proprio dal romanzo. Il ruolo di Berardo Viola è affidato a un giovanissimo e intenso Michele Placido, mentre Ida Di Benedetto (che interpreta il ruolo della locandiera nel cui locale si scrive il giornale “Che fare?”) riceve il prestigioso Nastro d’Argento nel 1981 come migliore attrice non protagonista. I dialoghi tra gli attori si svolgono in dialetto marsicano e i fatti si svolgono proprio a Pescina, paese di origine di Ignazio Silone (al secolo Secondo Tranquilli).

http://www.periodicodaily.com/2017/12/27/fontamara/

 

 

 

 

 

 

 

 


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